sfida


Forse Jacob Shwarb non pensava nulla di male. Solo, forse, di far saltare tutto il mondo con la dinamite. Ma sarebbe stato male, certo, far saltare uno solo. Tutto il mondo, con la dinamite, non voleva dire proprio nulla. A ogni buon fine, credeva gli convenisse tener la fronte nascosta sotto un gran ciuffo arruffato di capelli rossastri. Gran ciuffo. Mani affondate nelle tasche dei calzoni. Operajo disoccupato. Si ribellò quando, ammesso all'Israel Zion Hospital di Brooklyn per una grave malattia di fegato, fu tosato. Senza piú i capelli, ebbe la sensazione che gli fosse quasi svanita la testa. Se la cercò con le mani. Non gli parve piú la sua e s'infuriò. Voleva sapere se, con questa soperchieria che gli avevano fatta, lo volevano considerare piú come ergastolano che come ammalato. Motivo d'igiene? Se n'infischiava lui dell'igiene. Oh guarda un po'! Meno male che, in mancanza di capelli, gli restavano ancora le grosse sopracciglia spioventi, sempre aggrottate, per covare negli occhi torbidi il rancore contro tutti e contro la vita stessa. [...]

Una sfida. Una novella di Luigi Pirandello