letteratura


La moglie era a letto da un pezzo, e se ne stava rannicchiata dalla sua parte, tremante e felice anche lei, ma con un senso di paura in fondo all'anima. Pregava, e solo quando il marito, mezzo nudo, con le coscie e le gambe rossastre chiazzate di ricciolini neri, i grandi piedi gelati, fece scricchiolare col suo corpo pesante la stoppia del saccone, aprì gli occhi e le parve, per il riflesso della finestra illuminata dai lampi, che fiammeggiassero anch'essi. Poi si ricoprì, e la voce del marito le arrivò di lontano, sotto le coltri di piuma. Era una voce cattiva, anzi beatamente crudele. - Pensa, Mariù, a quelli che si trovano sperduti nei campi, senza riparo, o viaggiano senza ombrello. Eh, chi poteva pensare, oggi, con quel cielo sereno, che sarebbe venuta la bufera? Meno male che il pericolo della grandine oramai è passato. Piove che Dio la manda. Era tempo. [...]

Battesimi. Una novella di Grazia Deledda


Povera e numerosa era la famiglia del salinaro, raccolta come una tribù di selvaggi in certe catapecchie davanti alle quali il mare, nei giorni burrascosi, appariva come uno straccio sporco sbattuto dal vento, e d'estate le saline, simili a cave di calce, bruciavano gli occhi a chi le fissava. L'uomo ed i figli più grandetti lavoravano laggiù, mangiati dal sale e dalla malaria: in casa rimaneva la moglie sempre gravida e con un grappolo di marmocchi intorno; rimanevano i vecchi nonni invalidi ed una sorella scema: chi andava e veniva continuamente in giro, era la suocera, la vecchia Geppa, che doveva essere stata generata in un momento di burrasca, perché non stava mai ferma e dava l'idea di un albero maestro tentennante al vento con intorno la vela attorcigliata e rotta. [...]

Famiglie povere. Una novella di Grazia Deledda



Ecco quel che gli toccò passare al Crippa, parrucchiere, detto anche il bell'Armando, Dio ce ne scampi e liberi! Fu un giovedì grasso, nel bel mezzo della mascherata, che la Mora gli venne incontro sulla piazza, vestita da uomo - già non aveva più nulla da perdere lei! - e gli disse, cogli occhi fuori della testa: - Dì, Mando. È vero che non vuoi saperne più di me? - No, no! quante volte te l'ho a dire? - Pensaci, Mando! Pensa che è impossibile finirla del tutto a questo modo! - Lasciami in pace. Ora sono ammogliato. Non voglio aver storie con mia moglie, capito? - Ah, tua moglie? Lei però lo sapeva quello che siamo stati, prima di sposarti. E oggi, quando t'ho incontrato a braccetto con lei, mi ha riso in faccia, là, in mezzo alla gente. E tu, che l'hai lasciata fare, vuol dire che non c’hai né cuore, né nulla, lì! - Be', lasciamo andare. Buona sera! [...]

Il bell’Armando. Una novella di Giovanni Verga.


[…] E si domandò perché mai egli, che non aveva mai fatto per volontà male ad alcuno, doveva esser cosí bersagliato dalla sorte, egli, che anzi s’era inteso di far sempre il bene; bene lasciando l’abito ecclesiastico, quando la sua logica non s’era piú accordata con quella dei dottori della chiesa, la quale avrebbe dovuto esser legge per lui; bene, sposando per dare il pane a un’orfana, la quale per forza aveva voluto accettarlo a questo patto, mentr’egli onestamente e con tutto il cuore avrebbe voluto offrirglielo altrimenti. E ora, dopo l’infame tradimento e la fuga di quella donna indegna che gli aveva spezzata l’esistenza, ora quasi certamente gli toccava a soffrire anche la pena di vedersi morire a poco a poco il figliuolo, l’unico bene, per quanto amaro, che gli fosse rimasto. Ma perché? Dio, no: Dio non poteva voler questo. Se Dio esisteva, doveva coi buoni esser buono. Egli lo avrebbe offeso, credendo in lui. E chi dunque, chi dunque aveva il governo del mondo, di questa sciaguratissima vita degli uomini? […]

Va bene. Una novella di Luigi Pirandello



[...] Matteo vide, e non poté trattenere un moto d'angoscia: fin dalla sua prima giovinezza, più che il tramonto del sole e della luna, egli aveva amato e contemplato sempre il tramonto di Venere. E quest'ultimo tramonto, più che ogni altra cosa in quella sera fatale gli rievocava in un attimo tutti i più cari ricordi della sua vita. Entrò nel boschetto, in un viale diritto e stretto che la luna illuminava dall'alto. Non una foglia si muoveva: i rami s'ergevano e si stendevano rigidi, immobili nella purissima trasparenza dell'aria, e sembravano addormentati in un sogno. I raggi della luna li attraversavano, quieti, andando a porre larghe macchie d’argento sull'erba finissima che rinasceva sotto le piante. Una fredda fragranza di erba, di funghi, di foglie cadute, esalava, dando la distinta sensazione dei luoghi solitari e ombrosi. Ma anche là, sotto il cielo sempre più puro, sotto le stelle limpidissime, sembrava d'essere in primavera. Matteo attraversò il viale, andando dritto verso una panchetta di pietra, seduto sulla quale aveva già trascorso tante ore: laggiù precisamente egli voleva morire. Ma arrivato in fondo al viale vide sulla panchetta un bimbo addormentato. — A quest'ora? — pensò meravigliato. S'accostò, piano piano, e si curvò per veder meglio. Il bimbo, di forse quattro anni, stava seduto in dolce abbandono, con le gambette penzoloni, le manine abbandonate sulla panchetta e il capo reclinato sul petto. [...]

Il bambino smarrito. Una novella di Grazia Deledda


Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come l'impressione d'una mano lieve, in atto tra di carezza e di protezione. Ma l'anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto però che bastasse al bisogno che provavo di rivivere, fors'anche per un minuto, la vita come immaginavo si dovesse in quel punto svolgere in essi. Era festa dovunque; in ogni chiesa, in ogni casa; intorno al ceppo, lassú; innanzi a un Presepe, laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori... E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, erano deserte nella rigida notte. E mi pareva di andare frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo: «Buon Natale!» e sparivo... […]

Sogno di Natale. Una novella di Luigi Pirandello



Donna Mimma, la protagonista, è molto conosciuta nel suo piccolo paese di provincia; di natura possente, sicura di sé, austera, aiuta le altre donne a partorire. Un bel giorno però arriva nel suo paese una levatrice neolaureata, più giovane e più carina di lei, proveniente dal nord e lei di colpo viene spiazzata, ignorata, quasi dimenticata dalle altre donne. Matura una profonda invidia verso la nuova arrivata, ma non si arrende perché è vendicativa e decisa: si reca pertanto a Palermo per iscriversi all'università. Data la sua età qui è soggetta a derisione dagli altri studenti e perfino dal suo professore, ma ella non desiste e non si abbatte ed infine riesce a raggiungere il suo obiettivo: torna al paese con un titolo di studio acquisito pronta a riprendere il suo vecchio lavoro che però non riesce più a compiere con la necessaria serenità.

Donna Mimma, una novella di Luigi Pirandello


Primo romanzo di Pirandello, permeato da un gusto del derisorio e del grottesco. La vicenda di Marta, sposa ripudiata per un sospetto tradimento verso il marito e perdonata quando l'adulterio viene realmente consumato è, secondo il premio nobel Pirandello, un inequivocabile pretesto per sfiorare il tragico "mantenendo gli occhi asciutti dell'umorista". Il gioco ambiguo del paradosso, contempla una stupefacente ilarità e drammaticità tendenti a negare la “normalità” del vivere civile e, ingannando le aspettative del lettore, riconduce la storia ad un finale sorprendente e spiazzante.

L’Esclusa. Un romanzo di Luigi Pirandello. Capitolo Ottavo – 08



Messa in voce di Gaetano Marino Primo romanzo di Pirandello, permeato da un gusto del derisorio e del grottesco. La vicenda di Marta, sposa ripudiata per un sospetto tradimento verso il marito e perdonata quando l’adulterio viene realmente consumato è, secondo il premio nobel Pirandello, un inequivocabile pretesto per sfiorare […]

L’Esclusa. Un romanzo di Luigi Pirandello. Capitolo Settimo – 07


Primo romanzo di Pirandello, permeato da un gusto del derisorio e del grottesco. La vicenda di Marta, sposa ripudiata per un sospetto tradimento verso il marito e perdonata quando l'adulterio viene realmente consumato è, secondo il premio nobel Pirandello, un inequivocabile pretesto per sfiorare il tragico "mantenendo gli occhi asciutti dell'umorista". Il gioco ambiguo del paradosso, contempla una stupefacente ilarità e drammaticità tendenti a negare la “normalità” del vivere civile e, ingannando le aspettative del lettore, riconduce la storia ad un finale sorprendente e spiazzante.

L’Esclusa. Un romanzo di Luigi Pirandello. Capitolo Sesto – 06



QUINTO CAPITOLO - Primo romanzo di Pirandello, permeato da un gusto del derisorio e del grottesco. La vicenda di Marta, sposa ripudiata per un sospetto tradimento verso il marito e perdonata quando l'adulterio viene realmente consumato è, secondo il premio nobel Pirandello, un inequivocabile pretesto per sfiorare il tragico "mantenendo gli occhi asciutti dell'umorista". Il gioco ambiguo del paradosso, contempla una stupefacente ilarità e drammaticità tendenti a negare la “normalità” del vivere civile e, ingannando le aspettative del lettore, riconduce la storia ad un finale sorprendente e spiazzante.

L’Esclusa. Un romanzo di Luigi Pirandello. Capitolo Quinto – 05


Capitolo Quarto - Primo romanzo di Pirandello, permeato da un gusto del derisorio e del grottesco. La vicenda di Marta, sposa ripudiata per un sospetto tradimento verso il marito e perdonata quando l'adulterio viene realmente consumato è, secondo il premio nobel Pirandello, un inequivocabile pretesto per sfiorare il tragico "mantenendo gli occhi asciutti dell'umorista". Il gioco ambiguo del paradosso, contempla una stupefacente ilarità e drammaticità tendenti a negare la “normalità” del vivere civile e, ingannando le aspettative del lettore, riconduce la storia ad un finale sorprendente e spiazzante.

L’Esclusa. Un romanzo di Luigi Pirandello. Capitolo Quarto – 4



Capitolo Terzo. - Primo romanzo di Pirandello, permeato da un gusto del derisorio e del grottesco. La vicenda di Marta, sposa ripudiata per un sospetto tradimento verso il marito e perdonata quando l'adulterio viene realmente consumato è, secondo il premio nobel Pirandello, un inequivocabile pretesto per sfiorare il tragico "mantenendo gli occhi asciutti dell'umorista". Il gioco ambiguo del paradosso, contempla una stupefacente ilarità e drammaticità tendenti a negare la “normalità” del vivere civile e, ingannando le aspettative del lettore, riconduce la storia ad un finale sorprendente e spiazzante.

L’Esclusa. Un romanzo di Luigi Pirandello. Capitolo Terzo – 03


Capitolo Secondo - Primo romanzo di Pirandello, permeato da un gusto del derisorio e del grottesco. La vicenda di Marta, sposa ripudiata per un sospetto tradimento verso il marito e perdonata quando l'adulterio viene realmente consumato è, secondo il premio nobel Pirandello, un inequivocabile pretesto per sfiorare il tragico "mantenendo gli occhi asciutti dell'umorista". Il gioco ambiguo del paradosso, contempla una stupefacente ilarità e drammaticità tendenti a negare la “normalità” del vivere civile e, ingannando le aspettative del lettore, riconduce la storia ad un finale sorprendente e spiazzante.

L’Esclusa. Un romanzo di Luigi Pirandello. Capitolo Secondo – 02



L’Esclusa. Un romanzo di Luigi Pirandello. Messa in voce di Gaetano Marino Primo romanzo di Pirandello, permeato da un gusto del derisorio e del grottesco. La vicenda di Marta, sposa ripudiata per un sospetto tradimento verso il marito e perdonata quando l'adulterio viene realmente consumato è, secondo il premio nobel Pirandello, un inequivocabile pretesto per sfiorare il tragico "mantenendo gli occhi asciutti dell'umorista". Il gioco ambiguo del paradosso, contempla una stupefacente ilarità e drammaticità tendenti a negare la “normalità” del vivere civile e, ingannando le aspettative del lettore, riconduce la storia ad un finale sorprendente e spiazzante.

L’Esclusa. Un romanzo di Luigi Pirandello


Capitolo Primo Primo romanzo di Pirandello, permeato da un gusto del derisorio e del grottesco. La vicenda di Marta, sposa ripudiata per un sospetto tradimento verso il marito e perdonata quando l'adulterio viene realmente consumato è, secondo il premio nobel Pirandello, un inequivocabile pretesto per sfiorare il tragico "mantenendo gli occhi asciutti dell'umorista". Il gioco ambiguo del paradosso, contempla una stupefacente ilarità e drammaticità tendenti a negare la “normalità” del vivere civile e, ingannando le aspettative del lettore, riconduce la storia ad un finale sorprendente e spiazzante.

L’Esclusa. Un romanzo di Luigi Pirandello. Capitolo Primo – 01



Suonarono. Vera, che stava in cucina accomodandosi un cappello, o meglio guarnendo un cappello d'inverno con le piume ed il nastro d'un cappello d'estate, s'alzò in fretta in fretta, si tolse il grembiale ed andò ad aprire. Sulle prime, fra il buio dell'ingresso e quello della scala, non distinse bene se la lunga persona, che aveva suonato, fosse uomo o donna; poi udì una voce gutturale che chiedeva «La signora Vera?», vide un mantellone nero, una pellicciona nera, un cappellaccio nero tirato sugli occhi, un paio d'occhiali: le parve che la persona fosse un uomo vestito da donna ed ebbe paura. Ma subito sorrise fra sé. Un ladro? In casa sua c'era poco da rubare: non c'era neppure quella perla che si chiama la serva. [...]

Per la sua creatura. Una novella di Grazia Deledda


[...] Il più giovine dei frati, soprannominato padre Topes, per la sua figurina timida di topo, dal lungo musetto pallido ed i piccoli occhi lucenti, aveva appena ventidue o ventitré anni, sebbene ne mostrasse di più: pregava e taceva sempre; era in odore di santità, e si diceva fosse vergine. Egli era figlio d'un bandito morto assassinato molti anni prima: da fanciullo aveva fatto il mandriano, e sua madre, una fiera e miserissima vedova, avrebbe preferito ch'egli seguisse la via del padre, piuttosto che vederlo farsi frate. [...]

Padre Topes. Una novella di Grazia Deledda



[...] Son passati vent'anni. Allora tutta la nostra famiglia, la nobile famiglia dei Maxu, la più ricca del villaggio, era composta da me, elegante studente di giurisprudenza, da mio padre più elegante ancora di me benché contasse quarant'anni suonati, aristocratico cavaliere di montagna che viveva cacciando aquile e cinghiali nei nostri immensi boschi d'elci e di roveri, e da una cugina orfana di cui egli era tutore, ed io naturalmente innamorato. Però non l'avevo sempre amata: mi ricordo anzi che fin da bambino provavo una sorda antipatia per essa, forse perché ogni volta che venivamo a lite, lei grande e forte - eravamo quasi della stessa età - mi picchiava come l'ultima delle monelle. [...]

Romanzo minimo. Un novella di Grazia Deledda


[...] Il servo spalancò gli occhi, e la stizza gli accese il sangue. Ma era troppo vecchio per arrossire, e troppo furbo per non tradirsi. - Ecco, - pensò, - io non ho più denti, ma sono ancora un peccatore; ogni sera, allorché rientro in paese col prodotto del gregge, prima di giungere alla casa del mio padrone faccio tappa davanti alla casa della mia "amica" alla quale regalo un po' di latte e un po' di formaggio. Poca roba, che a lei però, poveretta, sembra molta. Ogni anno, per Pasqua, io vado a confessarmi, e prometto di emendarmi, ma finora non ho potuto. Ecco che ora mi toccherà di emendarmi per forza. - Che dici, vecchia volpe? - gridò il padrone. - Basile è troppo piccolo, lo deruberanno. [...]

Il vecchio servo. Una novella di Grazia Deledda



La mattina del Sabato Santo, Apollonia Fara balzò dal suo gran letto di legno a baldacchino, quando l'alba cominciava a mettere un glauco riflesso sull'unico vetro del finestruolo. Unico vetro grossolano, ma stupendo per il piccolo quadro che ci si vedeva; un paesaggio fresco e quasi sbiadito dalla vicina primavera. Una falda di collina, un ruscello azzurro e tortuoso e alberi radi pittoreschi, i cui rami, verdi di musco, cominciavano a circondarsi di foglioline tenere: ed erba, erba dappertutto, bassa erbetta chiara che dava un’impressione di purezza e d'innocenza a chi guardava.

Pasqua. Una novella di Grazia Deledda


[...] Il giovine ascoltava cacciandosi un pugno in bocca, quasi per trattenersi dal gridare di gioia. Poi volle andare a veder la vecchia, a costo di svegliarla, e trascinò con se Rosa. Nella capanna, al chiarore tremulo d'una fiammella che ardeva sempre dentro un bicchiere a metà riempito d'olio, zia Areca taceva, immobile, con la bocca e gli occhi chiusi, e le mani stecchite abbandonate sulla ruvida coperta. Pareva morta, pietrificata, mummificata da secoli. [...]

La morte scherza. Una novella di Grazia Deledda



- La neve non può tardare, - annunziò la giovane serva, guardando il cielo bianco, - prenditi almeno un ombrello, Maureddu. - Un ombrello? Il giovane padrone si mise a ridere. Portar l'ombrello era per lui un segno di debolezza, quasi di vigliaccheria. - Vedrai che nevicherà; perché parti con questo tempo?. - riprese la ragazza, con voce ardente e lamentosa. - Io non potrò dormire... Maureddu rise ancora. Per lui tutto era oggetto di riso, ma d'un riso quasi infantile, che non offendeva nessuno. - Tu non potrai dormire? Allora, scendi in cucina, allora - disse, mentre finiva di sellare il cavallo. Anch'ella rise un po', melanconica e voluttuosa. - Se non ci sei tu. - mormorò. - Ti abbraccerai la stuoia. Va, di' a nonna che sto per partire... Aspetta, prima. La rincorse sotto la tettoia e l'abbracciò forte. Ella era più alta di lui, bella, rosea, col naso aquilino e due grandi occhi rotondi, lucenti. Anch'ella lo strinse, quasi lo sollevò, e gli disse: - Promettimi almeno che non passerai nel mio paese. Lo sai che mio fratello ti vuole uccidere. [...]

Freddo. Una novella di Grazia Deledda


Lo squallore dell'alba s'è fermato, spettrale, ai vetri della finestra rimasta con gli scuri aperti, e pare non abbia piú forza d'alitare da lí nel bujo della camera. A poco a poco comincia a effondersi come un brulichío nell'ombra. E prima s'impiglia nel trapunto lieve delle tendine; poi, quasi vaporando, traspare di tra le grétole rarefatte d'una gabbiola che pende dal palchetto in capo alla finestra, nel mezzo, senza destare tuttavia il canarino accoccolato sul ballatojo. Poi, ecco, inoltrandosi, lambisce appena le gambe, l'orlo d'un tavolino nero davanti la finestra; e, grado grado, si soffonde sul piano di esso, avvistandone quasi a tentoni gli oggetti: alcune carte sparse, alcuni libri, una bugia di ferro smaltato col bocciuolo d'ottone, in cui la candela s'è consumata tutta; una lettera suggellata; un'altra lettera; un cannello di ceralacca; un ritratto fotografico. [...]

Spunta un giorno. Una novella di Luigi Pirandello



[...] Perché il professor Erminio Del Donzello, ora, ogni mattina, prima di recarsi a scuola, per ingraziarsi quel vicinato ostile e dimostrar la cura e la sollecitudine che si dava de' due orfanelli, dopo averli ben lavati e calzati e vestiti, se li prendeva per mano, uno di qua, l'altra di là, e li andava a lasciare ora in questa ora in quella famiglia tra le tante che si erano profferte. Era - s'intende - in ciascuna di queste famiglie piú delle altre caritatevoli e in pensiero per la sorte dei piccini, almeno una ragazza da marito; e tutte, senza eccezione, queste ragazze da marito sarebbero state mammine svisceratamente amorose di quei due orfanelli; perfida tiranna, spietata megera sarebbe stata solo quell'una, che il professor Erminio Del Donzello avrebbe scelto tra esse. Perché era una necessità ineluttabile, che il professor Erminio Del Donzello riprendesse moglie. Se l'aspettava di giorno in giorno tutto il vicinato, e per dir la verità ci pensava sul serio anche lui. [...]

Nené e Ninì. Una novella di luigi Pirandello


[...] - Lei ha voluto raffigurarsi qua, ha voluto fare il suo ritratto; ma lasciamo andare che Lei è molto piú bella; qua siamo nel campo... nel camposanto dell'arte, scusi! e questa vuol essere la Vita che si sposa alla Morte. Ora, se lo scheletro è panneggiato, la Vita dev'esser nuda, c'è poco da dire; tutta nuda e bellissima, signorina, per compensare col contrasto la presenza macabra dello scheletro involto! Nuda, Pogliani, non ti pare? Nuda, è vero, signora? Tutta nuda, signorina mia! Nudissima, dal capo alle piante! Creda pure che altrimenti, cosí, verrebbe una scena da ospedale: quello col lenzuolo, questa con l'accappatojo... Dobbiamo fare scultura, e non c'è ragioni che tengano! - No, no, scusi, - disse la signorina Consalvi alzandosi con la madre. - Lei avrà forse ragione, dal lato dell'arte; non nego, ma io voglio dire qualche cosa, che soltanto cosí potrei esprimere. Facendo come vorrebbe Lei, dovrei rinunciarvi. - Ma perché, scusi? perché Lei vede qua la sua persona e non il simbolo, ecco! Dire che sia bello, scusi, non si potrebbe dire... E la signorina: - Niente bello, lo so; ma appunto come dice lei, non il simbolo ho voluto rappresentare, ma la mia persona, il mio caso, la mia intenzione, e non potrei che cosí. Penso poi anche al luogo dove il monumento dovrà sorgere... Insomma, non potrei transigere. Il Colli aprí le braccia e s'insaccò nelle spalle. - Opinioni! [...] 

La vita nuda. Una novella di Luigi Pirandello. Parte ...



[...] E d'improvviso, levando gli occhi, le sembrò che la stanza fosse piú luminosa. Come se quello scatto d'ammirazione le avesse a un tratto snebbiato il petto da tanto tempo oppresso, aspirò con ebbrezza, bevve con l'anima quella luce ilare viva, che entrava dall'ampia finestra aperta all'incantevole spettacolo della magnifica villa avvolta nel fascino primaverile. Fu un attimo. La signorina Consalvi non poté spiegarsi che cosa veramente fosse avvenuto in lei. Ebbe l'impressione improvvisa di sentirsi come nuova fra tutte quelle cose nuove attorno. Nuova e libera; senza piú l'incubo che l'aveva soffocata fino a poc'anzi. Un alito, qualche cosa era entrata con impeto da quella finestra a sommuovere tumultuosamente in lei tutti i sentimenti, a infondere quasi un brillío di vita in tutti quegli oggetti nuovi, a cui ella aveva voluto appunto negar la vita, lasciandoli intatti lí, come a vegliare con lei la morte d'un sogno. [...]

La vita nuda. Una novella di Luigi Pirandello. Parte ...


Ma io, senti, io ero fuggita con lui perché lo amavo, non per trovare qui tutta questa quiete, tutta questa agiatezza in una nuova casa: avevo la mia; non sarei andata via con lui... Ma egli si sa, doveva scusarsi innanzi agli altri della leggerezza a cui s'era lasciato andare, egli uomo serio, posato... Eh già! la follia era commessa: rimediarvi, adesso! riparare, e subito! Come? Col darsi tutto al lavoro, col rifarmi una casa ricca, piena d'ozio... Cosí, ha lavorato come un facchino; non ha pensato che a lavorare, sempre; senza desiderare mai altro da me che la lode per la sua operosità, per la sua onestà... e la mia gratitudine, anche! Già, perché sarei potuta capitar peggio!...

La paura. Una novella di Luigi Pirandello



[...] Abitavano insieme, in due camere ammobiliate al Babuino. Per grazia particolare della vecchia padrona di casa, che si lodava tanto di loro, avevano anche il salottino a disposizione, ove solevano passar le sere, quando - sempre d'accordo - stabilivano di non andare a teatro o a qualche caffè-concerto. Giocavano a dadi o a scacchi o a dama, intramezzando alle partite pacate e sennate conversazioncine o sui superiori o sui compagni d'ufficio o su le questioni politiche del momento o anche su le arti belle, di cui si reputavano con una certa soddisfazione estimatori non volgari. Ogni giorno, difatti, passando e ripassando per via del Babuino, si indugiavano in lunghe contemplazioni o in accigliate meditazioni innanzi alle vetrine degli antiquarii e dei negozianti d'arte moderna; e Bartolo Barbi, ch'era molto perito in tutto ciò che si riferiva alle gerarchie, sia quella ecclesiastica, sia quella militare, sia quella burocratica, e agli usi e ai costumi, si scialava a dar di bestia a certi pittori che, nei soliti quadretti di genere, osavano raffigurar cardinali con paramenti addirittura spropositati. [...]

Pari. Una novella di Luigi Pirandello


[...] Nero non comprendeva ancora, dove fosse capitato. Male, proprio male, no. Certo, non era la scuderia della principessa. Ma una buona scuderia era anche questa. Piú di venti cavalli, tutti mori e tutti anzianotti, ma di bella presenza, dignitosi e pieni di gravità. Oh, per gravità, forse ne avevano anche troppa! Che anch'essi comprendessero bene l'ufficio a cui erano addetti, Nero dubitava. Gli pareva che tutti quanti, anzi, stessero di continuo a pensarci, senza tuttavia venirne a capo. Quel dondolío lento di code prolisse, quel raspare di zoccoli, di tratto in tratto, certo erano di cavalli cogitabondi. Solo quel Fofo era sicuro, sicurissimo d'aver capito bene ogni cosa. Bestia volgare e presuntuosa! Brocco di reggimento, scartato dopo tre anni di servizio, perché - a suo dire - un tanghero di cavalleggere abruzzese lo aveva sgroppato, non faceva che parlare e parlare. Nero, col cuore ancor pieno di rimpianto per il suo vecchio amico, non poteva soffrirlo. Piú di tutto lo urtava quel tratto confidenziale, e poi la continua maldicenza sui compagni di stalla. Dio, che lingua! [...]

La rallegrata. Una novella di Luigi Pirandello



[...] Quasi quasi, a pensarci, Cesarino poteva dire di non conoscer bene neppure la madre. Non la vedeva quasi mai durante il giorno. Dalla mattina fino alle due del pomeriggio, ella stava alla Scuola Professionale, dove insegnava disegno e ricamo; andava poi in giro fino alle sei, fino alle sette, talvolta fino alle otto di sera, per impartire lezioni particolari anche di lingua francese e di pianoforte. Rincasava stanca, la sera; ma, pure in casa, in quel po' di tempo prima di cena, altre fatiche, certe cure domestiche a cui la serva non avrebbe potuto attendere; e, subito dopo cena, la correzione dei lavori delle scolarette private. Mobili piú che decenti, tutte le comodità, guardaroba ben fornito, dispensa abbondantemente provvista, eh sí, sfido! Con tutto questo gran lavoro della mammina infaticabile; ma che tristezza anche, e che silenzio in quella casa! Cesarino, ripensandoci dal collegio, se ne sentiva ancora stringere il cuore. Quand'era là, appena ritornato dalla scuola, desinava solo, svogliato, nella saletta da pranzo ricca ma quasi buja, con un libro aperto davanti appoggiato alla bottiglia dell'acqua sul riquadro bianco del tovagliolo apparecchiato lí per lí sulla tavola antica di noce; poi si chiudeva in camera a studiare; e, infine, la sera quando lo chiamavano a cena, usciva tutto raffagottato intorpidito, rannuvolato, con gli occhi strizzati dietro le lenti da miope. [...]

In silenzio. Una novella di Luigi Pirandello. Parte 1 di ...


[...] Aspettando la cena, lí seduto sul balconcino, nell'ultima luce fredda del crepuscolo, guardando (senza neppur forse vederla) la fetta di luna già accesa nel cielo scialbo e vano; poi abbassando gli occhi sulla sudicia stradicciuola deserta costeggiata da una parte da una siepe secca e polverosa a riparo degli orti, si sentiva invader l'anima, in quella stanchezza, da uno squallore angoscioso; ma non appena il pianto accennava di pungergli gli occhi, serrava i denti, stringeva nel pugno la bacchetta di ferro della ringhiera, appuntava lo sguardo all'unico fanale della stradicciuola, a cui i monellacci avevano fracassato a sassate due vetri, e si metteva a pensar cose cattive, apposta, contro gli scolaretti del convitto, anche contro il Direttore, ora che non sentiva piú di poter essere come prima fiducioso con lui, avendo capito che gli faceva il bene, sí, ma quasi piú per sé, per il compiacimento di sentirsi, lui, buono; il che gli dava adesso, nel riceverne quel bene, come un impiccio d'umiliazione. [...]

In silenzio. Una novella di Luigi Pirandello. Parte 2 di ...



Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino. Sigla di Simon Balestrazzi […] Ella aveva consigliato quella disposizione alla mobilia nel salotto; ella aveva suggerito la compera di questo e di quell’oggetto, utilissimi ed eleganti. S’era messa al posto della sposa lontana e aveva reclamato per lei tutti quei comodi, […]

L’amica delle mogli. Una novella di Luigi Pirandello. Parte 2 ...


Pareva ad alcuni amici, e tra questi a Paolo Baldia, che la signorina Pia Tolosani fosse un po' affetta di quella vaga malinconia che suol derivare dalla troppa lettura, quando si sia preso l'abito d'adattar le pagine spesso bianche della propria vita sulla falsariga di quelle stampate in qualche romanzo; ma ciò senza molto scapito della propria spontaneità, stimava Giorgio Dàula, altro amico. Del resto, quella malinconia era compatibilissima, e poteva anche parere piú che sincera in una signorina previdente, già sui ventisei anni, la quale sappia di non aver dote, e veda i propri genitori ormai avanzati in età. [...]

L’amica delle mogli. Una novella di Luigi Pirandello. Parte 1 ...



[...] Eran venuti sú per la buja, erta scaletta di legno; sú, in silenzio, quasi di furto, piano piano. Il professor Carmelo Sabato - tozzo pingue calvo - con in braccio, come un bamboccetto in fasce, un grosso fiasco di vino. Il professor Lamella, antico alunno del Sabato, con due bottiglie di birra, una per mano. E da piú d'un'ora, su l'alta terrazza sui tetti, irta di comignoli, di fumajoli di stufe, di tubi d'acqua, sotto lo sfavillío fitto, continuo delle stelle che pungevano il cielo senz'allargar le tenebre della notte profonda, conversavano. E bevevano. Vino, il professor Sabato: vino, fino a schiattarne: voleva morire. Il professor Lamella, birra: non voleva morire. Dalle case, dalle vie della città non saliva piú, da un pezzo, nessun rumore. Solo, di tratto in tratto, qualche remoto rotolío di vettura. [...]

Sopra e sotto. Una novella di Luigi Pirandello


[…] Il padre e i fratelli – uomini rozzi e ubriaconi – s'erano fissati in mente che lei dovesse sposare Mattia, il pastore ricco, e la maltrattavano. Lei non poteva aprire bocca che subito non si sentisse minacciata di venire trascinata per i capelli: intorno a sé non vedeva che visi inferociti, occhi verdi d'ira, e non udiva che parole d’offesa. Bastava che comparisse lei perché tutti i suoi parenti prendessero l'aspetto di cani arrabbiati. Ma lei restava dura. Diceva: — Maltrattatemi pure, strappatemi i capelli, fatemi a pezzi: e l'ultimo pezzetto dirà no, no, e no. […]

Sarra. Un racconto di Grazia Deledda



[...] Ella era felice in casa sua, e un'altra felicità l'aspettava. Ma per raggiungere la nuova felicità, doveva abbandonare l'antica, e le sembrava che allora il rimpianto della famiglia lontana, della dolce casa paterna, della libertà perduta, della patria abbandonata, le avrebbero dato una indicibile nostalgia, avvelenandole la nuova felicità. C'erano ore nelle quali, specialmente di notte, al buio, Maria Magda provava una profonda angoscia, vivendo nel futuro. Allora riapriva gli occhi, guardava intorno la camera, soffusa di dense penombre, e pensava: — No, non lascerò nulla, non abbandonerò nulla, mai, mai! [...]

La regina delle tenebre. Un racconto di Grazia Deledda


[…] Facevano all'amore da una ventina di giorni, cioè da appena si erano conosciuti. Nania passava sullo stradale ogni giorno, verso le due, andando al ruscello per portare l'acqua alla cantoniera, e Jorgj l'attendeva sul ciglione facendo vista di guardare le pecore che a quell'ora meriggiavano tra le macchie, sotto il bosco di sugherete. Appena Nania spuntava nel biancore desolato della strada, Jorgj scendeva giù e si metteva all'ombra, dietro il ciglione, dove Nania, con in testa la lunga anfora fiorita, che pareva un'anfora etrusca, lo raggiungeva, tutta piena di amore e di paura. Perché, certamente, se il babbo l'avesse scoperta a far l'amore con Jorgj le avrebbe rotto le costole. […]

I primi baci. Un racconto di Grazia Deledda



In un misero villaggio sardo, il più povero degli abitanti si chiamava Quirico Oroveru, soprannominato Barabba, da una volta che aveva rappresentato questo personaggio in una sacra rappresentazione. Ziu Chircu Barabba era più povero degli stessi mendicanti: aveva una sola camicia, un solo paio di calzoni di tela, un paio di brache di orbace e un berretto che egli stesso s'era fatto con una pelle di lepre; non aveva bottoni alla camicia, non aveva giubbone, né cappotto, né ghette; e neppure scarpe, il che voleva dire la più grande miseria per un uomo di quel paese. Eppure, Ziu Chircu era sano e forte, un bel tipo quasi celtico, alto e rossigno, con occhi sempre sorridenti. Ma che volete, era stato allevato così, abituato solo a portar legna dai boschi e venderla; non sapeva fare altro, ma del resto era innocuo come una lucertola e innocente come un bimbo. [...]

Le due giustizie. Un racconto di Grazia Deledda


In una miniera in Sicilia (“la buca della Cace”), una sera il sorvegliante Cacciagallina, con la pistola in pugno, ordina ai suoi lavoratori di continuare a lavorare tutta la notte per finire il carico della giornata. Cacciagallina se la prende in particolar modo con un vecchio minatore, cieco da un occhio, chiamato Zi’ Scarda. Mentre tutti minatori, però, si rifiutano e tornano in paese, solo il vecchio Zi’ Scarda rimane, insieme al caruso Ciàula 1. Anche se molto stanco, il ragazzo, “che aveva più di trent’anni (e poteva averne anche sette o settanta, scemo com’era)”, non può che rimanere, obbedendo agli ordini di Zi’ Scarda. Ciàula è del resto abituato alla scarsa luce della miniera, dove non ha paura del buio ed anzi si trova perfettamente a proprio agio come un animale nel suo ambiente naturale...

Ciaula scopre la Luna, una novella di Luigi Pirandello



[...] È qua vestita come tre anni fa d'un bianco abito estivo d'organdis, semplice e quasi infantile, sebbene ampiamente aperto sul petto. (Ecco la nuvola del sogno, ho capito). In capo, un gran cappello di paglia annodato da larghi nastri di seta nera. E tiene gli occhi un po' socchiusi a difesa dalla luce abbagliante dei due finestroni dirimpetto; ma poi, è strano, espone invece a questa luce, reclinando il capo indietro con intenzione, la meravigliosa dolcezza della gola, come le sorge dal caldo trasognato candore del petto e sú dall'attaccatura del collo fino al purissimo arco del mento. Quest'atteggiamento senza dubbio voluto m'apre tutt'a un tratto la mente: ciò che la bella signora Anna Wheil ha da ricordarmi è tutto lí, nella dolcezza di quella gola, nel candore di quel petto; e tutto in un attimo solo, ma quando un attimo si fa eterno e abolisce ogni cosa, anche la morte, come la vita, in una sospensione d'ebbrezza divina, in cui dal mistero balzano d'improvviso illuminate e precise le cose essenziali, una volta per sempre. [...] 

Visita. Una novella di Luigi Pirandello


[...] L'avvertimento della fragrante esuberanza del suo corpo, in certe ore, la congestionava. L'odore dei suoi capelli densi, neri, un po' ricciuti e aridi, quando se li scioglieva per lavarseli; l'odore che le esalava da sotto le braccia nude, quando le alzava per sollevare il soffocante volume di quei capelli; l'odore della cipria intrisa di sudore, le davano smanie piú di nausea che d'ebbrezza: per le tante cose segrete e ingombranti che quell'improvvisa e violenta crescenza le aveva d'un tratto rivelate. Cose che, certe sere mentre si spogliava per andare a letto, se ci fissava appena il pensiero o un immagine le balzava davanti, dalla rabbia e dallo schifo che n'aveva, avrebbe scaraventato le scarpette contro l'armadio laccato bianco a tre luci, dirimpetto, dove si vedeva tutta, cosí mezza nuda, con una gamba tirata un po' sconciamente sull'altra. Si sarebbe presa a morsi, graffiata, o messa a piangere da non finir piú. Poi le veniva da ridere, convulsa, tra le lagrime; e se pensava d'asciugarsi quelle lagrime, ecco che si buttava a piangere di nuovo. Forse era una sciocca. Chi sa perché, una cosa cosí naturale, le doveva parer tanto curiosa? [...]

Pubertà. Una novella di Luigi Pirandello



[...] Il dispetto è questo, la rabbia, la tortura: che lei, dentro di sé, quando senza vedersi sta a pensare, pensa da grande, ormai, da donna, da donna fatta come tutte le altre. Vedersi allora trattata come una bambina da quelle stupide teste fasciate delle suore, che loro sí, anche vecchie con quelle facce siero di latte, guardano parlano ridono e fanno attucci da bambine sceme; vedersi trattata come una bambola, come un giocattolo, presa in collo e passata dalle braccia dell'una a quelle dell'altra, che tutte per carezzarla la mungono e nessuna si vuole accorgere che lei è già tutta formata come una donna; no, no, no, questo non le è piú tollerabile, deve finire, deve finire; è già finito. Ne ha sgraffiate oggi tre o quattro in un momento che s'è sentita artigliare le dita, e non sa piú che ingiurie e vituperii ha scagliato loro in faccia, con la schiuma alla bocca. [....]

Lucilla. Una novella di Luigi Pirandello


Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino. Sigla di Simon Balestrazzi […] Tuttora, dire Zúnica e immaginare un profondo bosco d’olivi saraceni e poi distese di verdissimi vigneti e giardini vermigli con siepi di salvie ronzanti d’api e vivai muscosi e boschetti d’agrumi imbalsamati di zagare e di gelsomini, […]

La veste lunga. Una novella di Luigi Pirandello



[...] Perché aveva la disgrazia, lui, d'essere «trasparente». Sicuro! E questa trasparenza sua riusciva esilarantissima a tutti gl'ipocriti foderati di menzogna. Pareva che la vista chiara, aperta, delle passioni, e fossero anche le piú tristi, le piú angosciose, avesse il potere di promuovere le risa in tutti coloro che o non le avevano mai provate o, usi com'erano a mascherarle, non le riconoscevano piú in un pover'uomo come lui, che aveva la sciagura di non saperle nascondere e dominare. Si rintanò in casa; si buttò vestito sul letto. Com'era pallida, com'era pallida quella poveretta, quand'egli le aveva recato l'involto delle paste! Cosí pallida e con quegli occhi smarriti nella pena, non era bella davvero. [...]

Richiamo all’obbligo, una novella di Luigi Pirandello


[...] Già da sei anni, è vero, s'era liberata dall'incubo di quella feroce gelosia paterna; vedeva gente, per casa, per via; eppure... Non era piú certamente quel puerile terrore di prima; ma quest'imbarazzo, ecco. I suoi occhi, per quanto si sforzassero, non potevano proprio sostenere lo sguardo di nessuno; la lingua, parlando, le s'imbrogliava in bocca; e d'improvviso, senza saper perché, si faceva in volto di bragia; per cui tutti potevano credere che le passasse per la mente chi sa che cosa, mentre proprio non pensava a nulla; e insomma si vedeva condannata a far cattive figure, a passare per sciocca, per stupida, e non voleva. Inutile insistere! Grazie al padre, doveva star chiusa, senza veder nessuno, per non provare almeno il dispetto di quello stupidissimo, ridicolissimo imbarazzo piú forte di lei. [...] 

La realtà del sogno. Una novella di Luigi Pirandello



[...] Lo sbigottimento per l'aspetto e il contegno dello sposo cresceva nei convitati, quanto piú essi avvertivano il contrasto con l'aria della giovanissima sposa. Era una vera bambina ancora, vispa, fresca, aliena: e pareva si scrollasse sempre d'addosso ogni pensiero fastidioso con certi scatti d'una vivacità piena di grazia, ingenua e furba nello stesso tempo. Furba però, come d'una birichina ancora ignara di tutto. Orfana, cresciuta fin dall'infanzia senza mamma, appariva infatti chiaramente che andava a nozze affatto impreparata. Tutti, a un certo punto, finito il pranzo, risero e si sentirono gelare a un'esclamazione di lei, rivolta allo sposo: - Oh Dio, Nino, ma perché fai codesti occhi piccoli piccoli? Lasciami... no, scotti! Perché ti scottano cosí le mani? Senti, senti, papà, come gli scottano le mani. Che abbia la febbre? [...]

Un cavallo nella luna, una novella di Luigi Pirandello




[…] Era timido, e non osava dimostrare in quei primi giorni l'avvilimento, la mortificazione, che cominciava a provare nel dover seguire cosí, in tutto e per tutto, l'esperienza, il consiglio, i gusti, le inclinazioni di quel primo marito. Ma la moglie non lo faceva per male. Non se n'accorgeva, né poteva accorgersene. A diciott'anni, priva d'ogni discernimento, d'ogni nozione della vita, era stata presa tutta da quell'uomo, e istruita e formata e fatta donna da lui; era insomma una creatura di Cosimo Taddei, doveva tutto, tutto a lui, e non pensava e non sentiva e non parlava e non si moveva se non a modo di lui. E come mai, dunque, aveva ripreso marito? Ma perché Cosimo Taddei le aveva insegnato che alle sciagure le lagrime non son rimedio. La vita a chi resta, la morte a chi tocca. Se fosse morta lei, egli avrebbe certamente ripreso moglie; e dunque… […]

La Buon’anima. Una novella di Luigi Pirandello


Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino. Sigla di Simon Balestrazzi E m’attirò nell’osteria. Lí mi forzò a bere, a ribere, certamente con l’intenzione d’ubbriacarmi. Tanto era il mio stupore e tanto lo sgomento, che non seppi ribellarmi. Non bevo vino; eppure ne bevvi non so piú quanto. Ricordo: […]

Chi fu. Una novella di Luigi Pirandello