simon balestrazzi


La bussola, il timone... Eh, sí! Volendo navigare... Dovreste dimostrarmi però che anche sia necessario, voglio dire che conduca a una qualsiasi conclusione, prendere una rotta anziché un'altra, o anziché a questo porto approdare a quello. - Come! - dite, - e gli affari? senza una regola, senza un criterio direttivo? E la famiglia? l'educazione dei figliuoli? la buona reputazione in società? l'obbedienza che si deve alle leggi dello Stato? l'osservanza dei proprii doveri? Con quest'azzurro che si beve liquido, oggi... Per carità! E che non bado forse regolarmente ai miei affari? La mia famiglia... Ma sí, vi prego di credere, mia moglie mi odia. Regolarmente e né piú né meno di quanto vostra moglie odii voi. E anche i miei piccini, ma volete che non li educhi regolarmente, come voi i vostri? Con un profitto, credete, non molto diverso di quello che la vostra saggezza riesce a ottenere. Obbedisco a tutte le leggi dello Stato e scrupolosamente osservo i miei doveri. Soltanto, ecco, io porto - come dire? - una certa elasticità spirituale in tutti questi esercizii; profitto di tutte quelle nozioni scientifiche, positive, apprese nell'infanzia e nell'adolescenza, delle quali voi, che pur le avete apprese come me, dimostrate di non sapere o di non volere profittare. Con molto danno, v'assicuro, della vostra salute. [...]

Rimedio: La geografia. Una novella di Luigi Pirandello


La maestrina Boccarmè, appena sola, strappò quel ritrattino dalla parete e lo scagliò con tanta rabbia sulla scrivania, che il vetro della modesta cornicetta di rame si ruppe. Poi, andò a buttarsi sul letto e, affondando il volto sul guanciale, si mise a piangere. Non tanto per l'onta, no; pianse per la miseria del suo cuore scoperta, derisa e quasi sfregiata; pianse per vergogna di quel che aveva fatto, di quel ritrattino che aveva appeso lí alla parete da tanti anni. Ma non aveva avuto mai, mai un momento di bene fin dalla fanciullezza; aveva già perduto, non pur la speranza, ma perfino il desiderio d'averne nel tempo che ancora le avanzava; e allora, quasi mendicando un ricordo di vita, era ritornata ai giorni del suo maggior tormento, ai soli giorni in cui pure, per poco, aveva sentito veramente di vivere: e aveva cercato quel ritrattino, gli aveva comperato quella cornicetta da pochi soldi, e non perché lo vedessero gli altri lo aveva appeso lí alla parete, ma per sé, per sé unicamente, quasi per far vedere a se stessa che, mentre forse tant'altre maestrine come lei dicevano senz'esser vero, d'avere avuto anch'esse in gioventú il loro romanzetto sentimentale, lei - eccolo là - lo aveva avuto davvero: c'era stato davvero - eccolo là - un uomo nella sua vita. [...]

La maestrina Boccarmé. Una novella di Luigi Pirandello. Parte 2 ...



La maestrina Boccarmè, appena sola, strappò quel ritrattino dalla parete e lo scagliò con tanta rabbia sulla scrivania, che il vetro della modesta cornicetta di rame si ruppe. Poi, andò a buttarsi sul letto e, affondando il volto sul guanciale, si mise a piangere. Non tanto per l'onta, no; pianse per la miseria del suo cuore scoperta, derisa e quasi sfregiata; pianse per vergogna di quel che aveva fatto, di quel ritrattino che aveva appeso lí alla parete da tanti anni. Ma non aveva avuto mai, mai un momento di bene fin dalla fanciullezza; aveva già perduto, non pur la speranza, ma perfino il desiderio d'averne nel tempo che ancora le avanzava; e allora, quasi mendicando un ricordo di vita, era ritornata ai giorni del suo maggior tormento, ai soli giorni in cui pure, per poco, aveva sentito veramente di vivere: e aveva cercato quel ritrattino, gli aveva comperato quella cornicetta da pochi soldi, e non perché lo vedessero gli altri lo aveva appeso lí alla parete, ma per sé, per sé unicamente, quasi per far vedere a se stessa che, mentre forse tant'altre maestrine come lei dicevano senz'esser vero, d'avere avuto anch'esse in gioventú il loro romanzetto sentimentale, lei - eccolo là - lo aveva avuto davvero: c'era stato davvero - eccolo là - un uomo nella sua vita. [...]

La maestrina Boccarmé. Una novella di Luigi Pirandello. Parte 1 ...


[...] Si sapeva che da anni e anni non s'immischiava piú di nulla, tutto assorto com'era nelle sue sciagure: la morte della moglie e di due figliuoli, la perdita della zolfara dopo una sequela di liti giudiziarie, e la miseria: sciagure che avrebbe fatto meglio a portare in pubblico con dignità meno funebre, perché non spiccasse agli occhi di tutti i maldicenti del paese quel sigillo particolare di scherno con cui la sorte buffona pareva si fosse spassata a bollargliele, se era vero che la moglie gli fosse morta per aver partorito su la cinquantina non si sapeva bene che cosa: chi diceva un cagnolo, chi una marmotta; e che avesse perduto la zolfara per una virgola mal posta nel contratto d'affitto; e che zoppicasse cosí per una famosa avventura di caccia, nella quale invece dell'uccello era volato in aria lui con tutti gli stivaloni e lo schioppo e la carniera e il cane, investito dalle alacce d'un mulino a vento abbandonato sul poggio di Montelusa, le quali tutt'a un tratto s'erano messe a girare da sé; per cui ormai era inteso da tutti come don Ciccino Cirinciò «quello del mulino». [...]

La maschera dimenticata. Una novella di Luigi Pirandello



SETTIMA PUNTATA I Peoni, la rivolta ionica. Traditori di Dario e tradimenti. Chiedere pane e acqua, sottomissione. Si può ingannare un popolo, meglio che un uomo solo. La attaglia di Maratona. Spartani e le mancate battaglie.

Se una notte, storie dalle Storie di Erodoto. Settima puntata


Forse Jacob Shwarb non pensava nulla di male. Solo, forse, di far saltare tutto il mondo con la dinamite. Ma sarebbe stato male, certo, far saltare uno solo. Tutto il mondo, con la dinamite, non voleva dire proprio nulla. A ogni buon fine, credeva gli convenisse tener la fronte nascosta sotto un gran ciuffo arruffato di capelli rossastri. Gran ciuffo. Mani affondate nelle tasche dei calzoni. Operajo disoccupato. Si ribellò quando, ammesso all'Israel Zion Hospital di Brooklyn per una grave malattia di fegato, fu tosato. Senza piú i capelli, ebbe la sensazione che gli fosse quasi svanita la testa. Se la cercò con le mani. Non gli parve piú la sua e s'infuriò. Voleva sapere se, con questa soperchieria che gli avevano fatta, lo volevano considerare piú come ergastolano che come ammalato. Motivo d'igiene? Se n'infischiava lui dell'igiene. Oh guarda un po'! Meno male che, in mancanza di capelli, gli restavano ancora le grosse sopracciglia spioventi, sempre aggrottate, per covare negli occhi torbidi il rancore contro tutti e contro la vita stessa. [...]

Una sfida. Una novella di Luigi Pirandello



[...] Tutto bene, tutto bene, insomma. Gli attori, tutti a posto; e innamorati a uno a uno della loro parte. Anche la piccola Gàstina, sí. Contentissima, contentissima della parte della nipote orfana e povera, che naturalmente non vuol saperne di sposare quel protetto di Sua Eminenza, e fa certe scene di fiera ribellione, che alla piccola Gàstina piacevano tanto, perché se ne riprometteva un subisso d'applausi. Per farla breve, piú contento di cosí nell'aspettazione ansiosa d'un ottimo successo per la sua nuova commedia l'amico Faustino Perres non poteva essere alla vigilia della rappresentazione. Ma c'era un pipistrello. [...]

Il pipistrello. Una novella di Luigi Pirandello


Effetto del sogno cosí di colpo interrotto fu che i fantasmi di esso, voglio dire quel signore a lutto e la immagine della Maddalena diventata sua moglie, forse non ebbero il tempo di rientrare in me e rimasero fuori, nell'altra parte della camera oltre le colonne, dov'io nel sogno li vedevo; dimodoché, quando al fracasso springai da letto e con una strappata scostai il cortinaggio, potei intravedere confusamente un viluppo di carni e panni rossi e turchini avventarsi alla mensola del camino per ricomporsi nel quadro in un baleno; e sul divano, tra tutti quei cuscini scomposti, lui, quel signore, nell'atto che, da disteso, si levava per mettersi seduto, non piú vestito di nero ma in pigiama di seta celeste a righine bianche e blu, che alla luce man mano crescente delle due finestre si andava dissolvendo nella forma e nei colori di quei cuscini e svaniva.

Effetti di un sogno interrotto. Una novella di Luigi Pirandello



[...] Condannato dal medico, dopo quella tremenda caldana, a stare per quaranta giorni al bujo, non s'illuse piú neanche lui che quel rimedio potesse giovare, e appena poté uscire di camera, si fece condurre allo studio, presso il primo scaffale. Cercò a tasto un libro, lo prese, lo aprí, vi affondò la faccia, prima con gli occhiali, poi senza, come aveva fatto quel giorno in vettura; e si mise a piangere dentro quel libro, silenziosamente. Piano piano poi andò in giro per l'ampia sala, tastando qua e là con le mani i palchetti degli scaffali. Eccolo lí, tutto il suo mondo! E non poterci piú vivere ora, se non per quel tanto che lo avrebbe ajutato la memoria! La vita, non l'aveva vissuta; poteva dire di non aver visto bene mai nulla: a tavola, a letto, per via, sui sedili dei giardini pubblici, sempre e da per tutto, non aveva fatto altro che leggere, leggere, leggere. Cieco ora per la realtà viva che non aveva mai veduto; cieco anche per quella rappresentata nei libri che non poteva piú leggere. [...]

Mondo di carta. Una novella di Luigi Pirandello


Serpeggia una voce in mezzo alla riunione: - C'è qualcuno che ride. Qua, là, dove la voce arriva, è come se si drizzi una vipera, o un grillo springhi, o sprazzi uno specchio a ferir gli occhi a tradimento. Chi osa ridere? Tutti si voltano di scatto a cercare in giro con occhi fulminanti. (Il salone enorme, illuminato sopra la folla degli invitati dallo splendore di quattro grandi lampadarii di cristallo, rimane in alto, nella tetraggine della sua polverosa antichità, quasi spento e deserto; solo pare allarmata, da un capo all'altro della volta, la crosta del violento affresco secentesco che ha fatto tanto per soffocare e confondere in un nerume di notte perpetua le truculente frenesie della sua pittura; si direbbe non veda l'ora che ogni agitazione cessi anche in basso e il salone sia sgombrato.) Qualche faccia lunga, forzata con pietoso stiracchiamento a un afflitto sorriso di compiacenza, forse, a guardar bene, si trova; ma nessuno che rida, propriamente.

C’è qualcuno che ride. Una novella di Luigi Pirandello



È mia vecchia abitudine dare udienza, ogni domenica mattina, ai personaggi delle mie future novelle. Cinque ore, dalle otto alle tredici. M'accade quasi sempre di trovarmi in cattiva compagnia. Non so perché, di solito accorre a queste mie udienze la gente piú scontenta del mondo, o afflitta da strani mali, o ingarbugliata in speciosissimi casi, con la quale è veramente una pena trattare. Io ascolto tutti con sopportazione; li interrogo con buona grazia; prendo nota de' nomi e delle condizioni di ciascuno; tengo conto de' loro sentimenti e delle loro aspirazioni. Ma bisogna anche aggiungere che per mia disgrazia non sono di facile contentatura. Sopportazione, buona grazia, sí; ma esser gabbato non mi piace. E voglio penetrare in fondo al loro animo con lunga e sottile indagine. Ora avviene che a certe mie domande piú d'uno aombri e s'impunti e recalcitri furiosamente, perché forse gli sembra ch'io provi gusto a scomporlo dalla serietà con cui mi s'è presentato. [...]

La tragedia di un personaggio. Una novella di Luigi Pirandello


Poca gente, quella mattina, nel parco attorno alle Terme. La stagione balneare era ormai per finire. In due sediletti vicini, in un crocicchio sotto gli alti platani, stavano un giovanotto pallido, anzi giallo, magro da far pietà dentro l’abito nuovo, chiaro, le cui pieghe, per esser troppo ampio, ancora fresche della stiratura, cascavano tutte a zig-zag, e un omaccione su la cinquantina, con un abituccio di teletta tutto raggrinzito dove la pinguedine enorme non lo stirava fino a farlo scoppiare, e un vecchio panama sformato sul testone raso. Reggevano entrambi per il manico i bicchieri ancor pieni della tepida e greve acqua alcalina presa or ora alla fonte. L’uomo grasso, quasi intronato ancora dagli strepitosi ronfi che aveva dovuto tirar col naso durante la notte, socchiudeva di tanto in tanto nel faccione da padre abate satollo e pago gli occhi imbambolati dal sonno. Il giovanotto magro, all’aria frizzante della mattina, sentiva freddo e aveva perfino qualche brivido. Né l’uno né l’altro sapevano risolversi a bere e pareva che ciascuno aspettasse dall’altro l’esempio. Alla fine, dopo il primo sorso, si guardarono coi volti contratti dalla medesima espressione di nausea.

Acqua amara. Una novella di Luigi Pirandello



- Ebbene, voglio anch'io la mia patente, signor giudice! La patente di jettatore. Col bollo. Con tanto di bollo legale! Jettatore patentato dal regio tribunale. - E poi? - E poi? Me lo metto come titolo nei biglietti da visita. Signor giudice, mi hanno assassinato. Lavoravo. Mi hanno fatto cacciar via dal banco dov'ero scritturale, con la scusa che, essendoci io, nessuno piú veniva a far debiti e pegni; mi hanno buttato in mezzo a una strada, con la moglie paralitica da tre anni e due ragazze nubili, di cui nessuno vorrà piú sapere, perché sono figlie mie; viviamo del soccorso che ci manda da Napoli un mio figliuolo, il quale ha famiglia anche lui, quattro bambini, e non può fare a lungo questo sacrifizio per noi. Signor giudice, non mi resta altro che di mettermi a fare la professione del jettatore! [...]

La patente. Una novella di Luigi Pirandello


Seconda parte. Al suo primo apparire, quando già quasi tutti avevano perduto la speranza ch'ella venisse, le tre cupe sale del Circolo a pianterreno, divise da due larghe arcate, malamente illuminate da lampade a petrolio e da candele, parve che all'improvviso sfolgorassero di luce, tant'era acceso e quasi sbigottito dal fremito interno del sangue il suo visino, e cosí fulgidamente le sfavillarono gli occhi e cosí pazza di gioja le strideva quella rosa di fuoco tra i capelli neri. Tutti gli uomini perdettero la testa. Irresistibilmente, sciolti d'ogni freno di convenienza, d'ogni riguardo alla gelosia delle mogli o delle fidanzate, all'invidia delle zitellone, figliuole, sorelle, cugine, sotto colore che bisognava accogliere con festa l'ospite forestiera, accorsero a lei in folla, con vivaci esclamazioni, e lí per lí, subito, poiché già le danze erano cominciate, senza neanche darle tempo di volgere un'occhiata attorno, presero a contendersela tra loro. Quindici, venti braccia le s'offrirono col gomito teso. Tutti da prendere; ma quale per primo? A uno per volta, sí... Avrebbe un po' per volta ballato con tutti... Ecco, largo! largo! Sú, e la musica? Ma che facevano i musicanti? S'erano anch'essi incantati a mirare? Musica! musica! [...]

La Rosa. Una novella di Luigi Pirandello. Parte 2 di ...



Nel bujo fitto della sera invernale il trenino andava col passo di chi sa che tanto ormai non arriva piú a tempo. In verità la signora Lucietta Nespi, vedova Loffredi, per quanto annojata e stanca del lungo viaggio in quella sudicia vettura di seconda classe, non aveva alcuna fretta d'arrivare a Pèola. Pensava... pensava... Si sentiva trasportata da quel trenino, ma con l'anima era ancora nella lontana casa di Genova, abbandonata, le cui stanze, sgombre della bella mobilia ancor quasi nuova, miseramente svenduta, invece di sembrarle piú grandi, le erano sembrate piú piccole. Che tradimento! Aveva bisogno di vederle grandi, lei, molto grandi e belle, quelle stanze, nell'ultima visita d'addio, dopo lo sgombero, per poter dire un giorno, con orgoglio, nella miseria a cui discendeva:- Eh, la casa che avevo a Genova... Lo avrebbe detto lo stesso, di certo; ma in fondo all'anima, le era rimasta la disillusione di quelle stanze sgombre, cosí meschine. [...]

La Rosa. Una novella di Luigi Pirandello. Parte 1 di ...


Il Gran Me ed il piccolo me rincasavano a sera da una scampagnata, nella quale furono tutto il giorno in compagnia di gentili fanciulle, a cui l'inebriante spettacolo de la novella stagione ridestava certo, come gli occhi loro e i sorrisi e le parole palesavano, di dolci, ineffabili voglie segretamente il cuore. Il Gran Me è ancora come preso da stupore e in visione dei fantasmi creatigli nello spirito dal diffuso incantesimo della rinascente primavera.

Dialoghi tra il Gran Me e il Piccolo Me. Una ...



Il Gran Me ed il piccolo me rincasavano a sera da una scampagnata, nella quale furono tutto il giorno in compagnia di gentili fanciulle, a cui l'inebriante spettacolo de la novella stagione ridestava certo, come gli occhi loro e i sorrisi e le parole palesavano, di dolci, ineffabili voglie segretamente il cuore. Il Gran Me è ancora come preso da stupore e in visione dei fantasmi creatigli nello spirito dal diffuso incantesimo della rinascente primavera.

Dialoghi tra il Gran Me e il Piccolo Me. Una ...


Per esercitar bene qualunque professione c'è bisogno, come ognun sa, anche di una certa larghezza di mezzi, la quale renda possibile aspettare le opportunità migliori, senza buttarsi alle prime, come cani all'osso, che è la sorte di chi si trovi in ristrettezze e per l'oggi debba ammiserire il proprio domani e se stesso e la professione sua. Ora questo vale anche per la professione del ladro...

Quand’ero matto. Scuola di saggezza. 04. Una novella di Luigi ...



Il cero benedetto, il cero «della buona morte» che quella santa donna s'era portato dalla chiesa madre del paesello natale, faceva ora il suo ufficio. Lo aveva custodito tant'anni per sé in fondo all'armadio; e ora esso ardeva su un lungo candeliere di piombo e quasi vegliava coi ricordi umili e cari del lontano paese, struggendosi in lacrime sul fusto, dietro il capo della morta già stesa sul pavimento dentro la bara ancora scoperta, nel posto occupato prima dal letto...

Quand’ero matto. Mirina. 03. Una novella di Luigi Pirandello


Quand'ero matto, non mi sentivo in me stesso; che è come dire: non stavo di casa in me. Ero infatti divenuto un albergo aperto a tutti. E se mi picchiavo un po' sulla fronte, sentivo che vi stava sempre gente alloggiata: poveretti che avevan bisogno del mio ajuto; e tanti e tanti altri inquilini avevo parimenti nel cuore; né si può dir che gambe e mani avessi tanto al servizio mio, quanto a quello degli infelici che stavano in me e mi mandavano di qua e di là, in continua briga per loro...

Quand’ero matto. Fondamento della morale. 02. Una novella di Luigi ...



Prima di tutto chiedo licenza di premettere che ora sono savio. Oh, per questo, anche povero. Anche calvo. Quand'ero ancora io, voglio dire, il riverito signor Fausto Bandini, ricco, e in capo avevo tutti i miei bellissimi capelli, è però provato provatissimo ch'ero matto. E un po' piú magro, s'intende. Ma pur con questi occhi che mi sono rimasti da allora spauriti, nella faccia cosí tutta scritta dagli atteggiamenti che prendeva per le croniche pietà da cui ero afflitto.

Quand’ero matto. Il soldino. 01. Una novella di Luigi Pirandello


I pochi avventori del Romitorio, esiliati lassù in vetta al monte, da un pezzo sentivano la vociaccia di Natale il somararo, sú per l'erta faticosa sotto la macchia: - Sci... brrr! Sci... brrr! E nella calura asfissiante, nell'ozio opprimente, fra lo stridor lontano, continuo, delle cicale e gli zighi acuti dei grilli vicini, ansiosi di sapere se quello stortaccio conducesse lassù qualche nuovo compagno di sventura o un visitatore momentaneo, si affacciavano di tanto in tanto alle finestre dell'ex-convento, ridotto da alcuni anni ad albergo. Il convento, a dir vero, era rimasto tal quale, con le sue anguste cellette, fornite di un lettuccio cosí stretto che a mala pena ci si poteva rigirare, d'un rustico tavolino, d'un lavamano e di tre o quattro seggiole impagliate; tal quale, col suo refettorio, coi suoi lunghi e cupi corridoj rintronanti, con le grige scalette logore e la chiesuola accanto, ora sempre chiusa.

Concorso per referendario al consiglio di stato, una novella di ...



Come spiattellargli in faccia che, con la morte della donna, il Notajo aveva creduto d'essersi liberato dell'incubo di lui, che col ridicolo della sua incredibile mansuetudine, col rispetto ossequioso di cui lo faceva segno davanti a tutti gli amici, con le lodi sperticate che profondeva con chiunque ne parlasse, gli aveva avvelenato il piacere di quell'unica avventura tardiva della sua sobria, riservatissima esistenza? Poteva mai tollerare il signor Notajo la minaccia di non levarselo piú d'attorno, e che egli seguitasse a rispettarlo, a incensarlo, a servirlo davanti a tutti, a dimostrare in tutti i modi, come aveva sempre fatto, che se tanti trattavano con confidenza il signor notajo Denora, non stessero a farsi illusioni, perché il signor notajo Denora aveva in segreto una ragione di speciale intimità con lui, e non avrebbe potuto accordarla ad altri? Legato a lui, per forza, dall'amore per la stessa donna, poteva il signor Notajo seguitare ora a rimaner legato, attaccato a lui dal dolore comune, dal lutto comune per la perdita di lei?...

L’ombra del rimorso, una novella di Luigi Pirandello. Parte 2 ...


- Sono venuto, - si lamentò dalla soglia Bellavita, con quell'esitazione di chi si butta a parlare e poi, incerto, si trattiene, - sono venuto, perché l'ho capito, sa? il cuore a Vossignoria..., il cuore non le regge piú... a venire da me... L'ho capito! Ricomposto appena dallo scatto d'ira all'annunzio di quella visita, il signor Notajo, dal tavolino innanzi al quale stava seduto nella sua stanza da letto, accennò di sí col grosso capo calvo, ma senza saper bene perché. (Il cuore? che aveva detto?) E invitò con un cenno della mano il visitatore a introdursi, a sedere. Bellavita, a quel gesto, sentí quasi sussultare tutta la stanza, tanta fu d'improvviso la gioja che ne ebbe. E siccome, parato di strettissimo lutto, dopo aver parlato, s'era ricomposto rigido su la soglia, le gambe per quella gioja quasi gli mancarono. Si sorresse, premendo le gracili mani su gli omeri del figliuolo Michelino, che gli stava davanti, vestito anch'esso d'un abito ritinto or ora di nero.

L’ombra del rimorso, una novella di Luigi Pirandello. Parte 1 ...



Superata l'erta, il dottore si fermò, per riprender fiato. Poche altre povere casette di qua e di là e il paese finiva; la viuzza immetteva nello stradone provinciale, che correva diritto e polveroso per piú d'un miglio sul vasto altipiano, tra le campagne: terre di pane, per la maggior parte, gialle ora di stoppie. Un magnifico pino marittimo sorgeva a sinistra, come un gigantesco ombrello, meta ai signorotti di Fàrnia delle consuete loro passeggiate vespertine. Una lunga giogaja di monti azzurrognoli limitava, in fondo in fondo, l'altipiano; dense nubi candenti, bambagiose, stavano dietro ad essi come in agguato: qualcuna se ne staccava, vagava lenta pel cielo, passava sopra Monte Mirotta, che sorgeva dietro Fàrnia. A quel passaggio, il monte s'invaporava d'un'ombra cupa, violacea, e subito si rischiarava. La quiete silentissima della mattina era rotta di tratto in tratto dagli spari dei cacciatori al passo delle tortore o alla prima entrata delle allodole; seguiva a quegli spari un lungo, furibondo abbajare dei cani di guardia.

L’altro figlio, una novella di Luigi Pirandello – parte 2 ...


areva un mucchio di cenci. Cenci unti e grevi, sempre gli stessi, d'estate e d'inverno, strappati, sbrindellati, senza piú colore e impregnati di sudor puzzolente e di tutto il sudicio delle strade. La faccia giallastra era un fitto reticcio di rughe, in cui le palpebre sanguinavano, rovesciate, bruciate dal continuo lacrimare; ma, tra quelle rughe e quel sangue e quelle lagrime, gli occhi chiari apparivano come lontani, quelli d'un infanzia senza memorie. Ora, spesso, qualche mosca le si attaccava, vorace, a quegli occhi; ma ella era cosí sprofondata e assorta nella sua pena, che non l'avvertiva nemmeno; non la cacciava. I pochi capelli, aridi, spartiti sul capo, le terminavano in due nodicini pendenti su gli orecchi, i cui lobi erano strappati del peso degli orecchini massicci a pendaglio portati in gioventú. Dal mento, giú giú fin sotto la gola, la floscia giogaja era divisa da un solco nero che le sprofondava nel petto cavo...

L’altro figlio, una novella di Luigi Pirandello – parte 1 ...



Corrado Tranzi, fino a ventiquattr'anni disprezzatore implacabile di tutte le donne, implacabile derisore di tutti gli uomini che se n'innamoravano, appena presa la laurea di dottore in medicina, chiamato per un caso d'urgenza mentre di buon mattino stava a concertare una partita di caccia nella farmacia d'un amico - (il bel cielo? il tepore della primavera imminente? qualche sogno della notte?) - s'innamorò anche lui tutt'a un tratto, proprio in quella sua prima visita di medico. Che pregi straordinarii e doti scoprisse in quella fanciulla che venne ad aprirgli la porta, spettinata, mezzo discinta, tutta affannata tra le lagrime, l'avrà saputo lui che li scoperse. Certo è che, fin dal primo vederla, restò abbagliato a guardarla in bocca, mentr'ella affollatamente gli parlava della zia trovata a letto, un quarto d'ora addietro, rantolante e senza conoscenza.

Superior Stabat Lupus, una novella di Luigi Pirandello – parte ...


Corrado Tranzi, fino a ventiquattr'anni disprezzatore implacabile di tutte le donne, implacabile derisore di tutti gli uomini che se n'innamoravano, appena presa la laurea di dottore in medicina, chiamato per un caso d'urgenza mentre di buon mattino stava a concertare una partita di caccia nella farmacia d'un amico - (il bel cielo? il tepore della primavera imminente? qualche sogno della notte?) - s'innamorò anche lui tutt'a un tratto, proprio in quella sua prima visita di medico. Che pregi straordinarii e doti scoprisse in quella fanciulla che venne ad aprirgli la porta, spettinata, mezzo discinta, tutta affannata tra le lagrime, l'avrà saputo lui che li scoperse. Certo è che, fin dal primo vederla, restò abbagliato a guardarla in bocca, mentr'ella affollatamente gli parlava della zia trovata a letto, un quarto d'ora addietro, rantolante e senza conoscenza.

Superior Stabat Lupus, una novella di Luigi Pirandello – parte ...



In una miniera in Sicilia (“la buca della Cace”), una sera il sorvegliante Cacciagallina, con la pistola in pugno, ordina ai suoi lavoratori di continuare a lavorare tutta la notte per finire il carico della giornata. Cacciagallina se la prende in particolar modo con un vecchio minatore, cieco da un occhio, chiamato Zi’ Scarda. Mentre tutti minatori, però, si rifiutano e tornano in paese, solo il vecchio Zi’ Scarda rimane, insieme al caruso Ciàula 1. Anche se molto stanco, il ragazzo, “che aveva più di trent’anni (e poteva averne anche sette o settanta, scemo com’era)”, non può che rimanere, obbedendo agli ordini di Zi’ Scarda. Ciàula è del resto abituato alla scarsa luce della miniera, dove non ha paura del buio ed anzi si trova perfettamente a proprio agio come un animale nel suo ambiente naturale...

Ciaula scopre la Luna, una novella di Luigi Pirandello


Strappato dal sonno, forse per sbaglio, e buttato fuori dal treno in una stazione di passaggio. Di notte; senza nulla con me. Non riesco a riavermi dallo sbalordimento. Ma ciò che piú mi impressiona è che non mi trovo addosso alcun segno della violenza patita; non solo, ma che non ne ho neppure un'immagine, neppur l'ombra confusa d'un ricordo. Mi trovo a terra, solo, nella tenebra d'una stazione deserta; e non so a chi rivolgermi per sapere che m'è accaduto, dove sono.

Una giornata, una novella di Luigi Pirandello



Pastori sfaccendati, arrampicandosi un giorno sú per le balze di Mízzaro, sorpresero nel nido un grosso corvo, che se ne stava pacificamente a covar le uova. - O babbaccio, e che fai? Ma guardate un po'! Le uova cova! Servizio di tua moglie, babbaccio! Non è da credere che il corvo non gridasse le sue ragioni: le gridò, ma da corvo; e naturalmente non fu inteso. Quei pastori si spassarono a tormentarlo un'intera giornata; poi uno di loro se lo portò con sé al paese; ma il giorno dopo, non sapendo che farsene, gli legò per ricordo una campanellina di bronzo al collo e lo rimise in libertà

Il corvo di Mìzzaro, una novella di Luigi Pirandello


Poesie di Viviana Maxia. Penso Il buonsenso fugge con il primo treno per la luna laddove Orlando ritrovò il suo senno perso. A me invece basterebbe un accenno di canzone allegra per ritrovare fortuna in una vita agra. Un egoismo sano senza senso. Un caramello denso da spalmare sul sale...

Ritme Salve, poesie di Viviana Maxia



Trafelati, ansanti, per far piú presto, quando furono sotto il borgo, - sú, di qua, coraggio! - s'arrampicarono per la scabra ripa cretosa, ajutandosi anche con le mani - forza! forza! - poiché gli scarponi imbullettati - Dio sacrato! - scivolavano. Appena s'affacciarono paonazzi sulla ripa, le donne, affollate e vocianti intorno alla fontanella all'uscita del paese, si voltarono tutte a guardare. O non erano i fratelli Tortorici, quei due là? Sí, Neli e Saro Tortorici. Oh poveretti! E perché correvano cosí? Neli, il minore dei fratelli, non potendone piú, si fermò un momento per tirar fiato e rispondere a quelle donne; ma Saro se lo trascinò via, per un braccio. - Giurlannu Zarú, nostro cugino! - disse allora Neli, voltandosi, e alzò una mano in atto di benedire.

La mosca, una novella di Luigi Pirandello


Interviste possibili con Gianni Filippini, giornalista e direttore editoriale del quotidiano L’Unione Sarda. Classe 1932. Cagliaritano da sempre. Un intellettuale con quasi centocinquanta libri divorati, media annuale. Un mancato magistrato o prefetto, divenuto giornalista per caso. A cura di Gaetano Marino

Interviste possibili con Gianni Filippini, un giornalista per caso e ...



Pompeo Lagúmina distolse gli occhi da quello spettacolo, aggrottando le ciglia. Ah, lui, no! lui non doveva piú guardare donne. Ne portava una nel cuore, e basta. L'uomo serio, quando abbia preso un impegno, sia da vicino sia da lontano, deve rispettarlo, fedele anche col pensiero. Via, via! E s'intenerí pensando alla sua Sandra, alla sua modesta Sandrina, che da due anni si consumava d'amore, aspettando il giorno delle nozze e lottando contro l'arcigna madre che le teneva continuamente tra i piedi un cugino ricco, quello stupido Mimmino Orrei, a cui Sandrina non risparmiava né sgarbi né beffe.

Concorso per referendario al consiglio di stato, una novella di ...


Pompeo Lagúmina distolse gli occhi da quello spettacolo, aggrottando le ciglia. Ah, lui, no! lui non doveva piú guardare donne. Ne portava una nel cuore, e basta. L'uomo serio, quando abbia preso un impegno, sia da vicino sia da lontano, deve rispettarlo, fedele anche col pensiero. Via, via! E s'intenerí pensando alla sua Sandra, alla sua modesta Sandrina, che da due anni si consumava d'amore, aspettando il giorno delle nozze e lottando contro l'arcigna madre che le teneva continuamente tra i piedi un cugino ricco, quello stupido Mimmino Orrei, a cui Sandrina non risparmiava né sgarbi né beffe.

Concorso per referendario al consiglio di stato, una novella di ...



Parte 2 di 2. È la vicenda di un individuo d’estrazione borghese, colto e fortemente critico nei confronti di una società formalista e ipocrita da cui si sente schiacciato, che improvvisamente esplode e libera, con una folle volontà omicida, la sua vitalità repressa. Il protagonista scopre che, congiungendo pollice e indice e soffiando sulle dita davanti a delle persone, le fa cadere morte e uccide, così, il giovane segretario di un amico e poi l’amico stesso, precipitatosi a comunicargli la notizia di quell’improvviso decesso.

Soffio, ancora una prova – una novella di Luigi Pirandello ...


Parte 1 di 2. È la vicenda di un individuo d’estrazione borghese, colto e fortemente critico nei confronti di una società formalista e ipocrita da cui si sente schiacciato, che improvvisamente esplode e libera, con una folle volontà omicida, la sua vitalità repressa. Il protagonista scopre che, congiungendo pollice e indice e soffiando sulle dita davanti a delle persone, le fa cadere morte e uccide, così, il giovane segretario di un amico e poi l’amico stesso, precipitatosi a comunicargli la notizia di quell’improvviso decesso.

Soffio, certe notizie – una novella di Luigi Pirandello – ...


















Drammaturgia e messa in voce di Gaetano Marino Musiche dei TAC, da Splintered liberamente ispirato a Laura Orvieto I soldati della Grecia, capitanati da Agamennone e Menelao, partono per la guerra; combatteranno contro i “rapinatori” della donna più bella del mondo, Elena, figlia di Tindaro, e sposa di Menelao, re […]

Alla più bella, nascita e sorte della città di Troia ...


Drammaturgia e messa in voce di Gaetano Marino Musiche dei TAC, da Splintered I soldati della Grecia, capitanati da Agamennone e Menelao, partono per la guerra; combatteranno contro i “rapinatori” della donna più bella del mondo, Elena, figlia di Tindaro, e sposa di Menelao, re di Sparta. La giovane sposa […]

Alla più bella, nascita e sorte della città di Troia ...



Drammaturgia e messa in voce di Gaetano Marino Musiche dei TAC, da Splintered I soldati della Grecia, capitanati da Agamennone e Menelao, partono per la guerra; combatteranno contro i “rapinatori” della donna più bella del mondo, Elena, figlia di Tindaro, e sposa di Menelao, re di Sparta. La giovane sposa […]

Alla più bella, nascita e sorte della città di Troia ...


sostieni Quarta Radio con una libera donazione  adattamento e messa in voce di Gaetano Marino Musiche dei TAC: Waiting For The Twilight Corrado Loi – Mario Massa, Simon Balestrazzi – Antonio Piga – Monica Serra – Alessia Manca Recorded & produced at Neurohabitat, Cagliari, January 2001 – May 2002. Mastered at Busker Studio, Rubiera (Re). sostieni […]

Dai Canti Orfici, di Dino Campana



Sostieni Quarta Raio con una libera donazione  A cura di Gaetano Marino La sigla è dei TAC – Simon Balestrazzi: Leech, dall’album CD Splintered Lune di stagno, un racconto di Giulio Angioni messo in voce da Francesco Nonnis Francesco Nonnis, cagliaritano di origine ogliastrina, insegnante da 28 anni di Materie […]

Interviste Possibili con Francesco Nonnis – parte 4 di 4


una produzione teatrale dell’anno 2003 Illustrazione di Cristina Guggeri Musiche di TH26 Corrado Altieri Mario Massa Ho Cercare un’anima che ci somigli, per caso, e incontrarla in ogni dove. Qualcuno con cui condividere un’idea di bellezza, o di quel che rimane. Ma il non potersi raccontare o il non doversi […]

La Donna di Polistirolo, notte strana. Di e con Gaetano ...




Prima che andasse in Romania, non so per quale impresa, Poldo Carega, ingegnere appaltatore, o - come si qualificava nei biglietti da visita - «intraprenditore di lavori pubblici», ponendosi le due manacce pelose sul petto erculeo soleva dire: - Io sono il Continente! - E, passando le braccia al collo della moglie e della figliuola: - E queste le mie isole! Perché la moglie era nata in Sicilia, e la figliuola in Sardegna. Non s'aspettava, ritornando in Italia dopo circa quattro anni, di ritrovare una delle due isole, la Sardegna (cioè la figliuola Margherita) divenuta... che Russia e Russia, cari miei! diciamo l'Europa; ma è poco! diciamo addirittura il mappamondo.

Un matrimonio ideale. Una novella di Luigi Pirandello