Il marito di mia moglie. Una novella di Luigi Pirandello


Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Il cavallo e il bue, ho letto una volta in un libro, di cui non ricordo piú né il titolo né l’autore, – il cavallo e il bue… Ma sarà meglio lasciarlo stare, il bue. Citiamo il cavallo soltanto. Il cavallo – dunque, – che non sa di dover morire, non ha metafisica. Ma se il cavallo sapesse di dover morire, il problema della morte diventerebbe alla fine, anche per lui, piú grave assai di quello della vita. Trovare il fieno e l’erba è, certo, gravissimo problema. Ma dietro questo problema sorge l’altro: «Perchè mai, dopo aver faticato venti, trenta anni per trovare il fieno e l’erba, dover morire, senza sapere per qual ragione si è vissuto?». Il cavallo non sa di dover morire, e non si fa di queste domande. All’uomo però, che secondo la definizione di Schopenhauer è un animale metafisico (che appunto vuol dire un animale che sa di dover morire), quella domanda sta sempre davanti. Ne segue, se non m’inganno, che tutti gli uomini dovrebbero sinceramente congratularsi col cavallo. E tanto piú quelli animali metafisici che, malati, per esempio, come me, non solo sanno di dover morire tra breve, ma anche ciò che accadrà in casa loro, dopo la loro morte, e senza potersene adontare. […]

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