Il buon cuore. Una novella di Luigi Prandello


Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Uh poi, vendere i figliuoli: come le piglia lei le cose! Non s’è voluto far danno a nessuno; anzi, il bene di tutti; e se la cosa poi è andata a finir cosí male, creda che la colpa è soltanto del buon cuore. Del resto, i figliuoli, c’è anche il modo di comperarli legalmente. Quando non si possono avere, s’adòttano. Ma questo non era un modo per il marito e la moglie di cui vi parlo. L’adottare un figliuolo, a loro, non sarebbe servito a niente. Il figliuolo lo dovevano fare, fare carnalmente, per via d’una grossa eredità lasciata a questa condizione da una zia bisbetica: che se l’erede non fosse venuto entro i dieci anni, l’eredità sarebbe andata ai trovatelli d’un istituto detto degli Oblati. C’è di queste zie bisbetiche, agre zitellone, che si sentono venir male al pensiero di beneficare i parenti che conoscono; e assaporano in segreto il dispetto che faranno, mettendo nei loro testamenti le vendette distillate o le minacce e i batticuori di certe arzigogolate disposizioni. […]

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